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Tra Ballarò e le nuvole
La mia città (Caltanissetta) ha ricordato Gaetano Costa, il suo figlio più coraggioso, ammazzato con sei colpi di pistola il 6 agosto del 1980 in via Cavour a Palermo mentre sfogliava alcuni libri da una bancarella. Non voleva nessuna protezione perché avrebbe messo in pericolo altre persone. Al suo funerale c'era poca gente, pochi magistrati. L'uomo che sfidò la mafia da solo.
Quando giunsi a Palermo nel 1986 per frequentare l'Università, mi sembrò una città accogliente, sentivo l'abbraccio delle sue strade, il rumore dei clacson, l'intenso e frenetico vociare della gente. Attraversando il mercato di Ballarò, cercavo di capire cosa fare del mio futuro. La parte bassa della città era fumosa, invitante, casinara. Le aule pienissime di studenti, i mezzi pubblici strabordavano di gente, si stava stretti come sardine. Ai palermitani sembrava piacere la vicinanza fisica, cercavano il contatto, il dialogo. Tutto era normale, incasinato, gioioso. Parallelamente ci stava una guerra nascosta.
Studiare era la priorità. Un giorno passai dal luogo dove fu ucciso il generale Dalla Chiesa. Mi sembrò una strada come un'altra. Iniziai a studiare Diritto Privato con Giuseppe, uno studente palermitano che si era diplomato al nautico. Era lento ad apprendere e il libro non finiva mai. Una volta portò i dolci di Santa Lucia: arancine e cuccìa. Tante arancine e una montagna di cuccìa. Era una vita bella e il mio primo voto fu trenta. Palermo non era mai stata così invitante, per festeggiare me ne andai a Mondello. Al mare, senza pensieri, con la prima materia (trenta) sul libretto. Avrei voluto gridare al mondo che sul mio libretto c'era il primo trenta.
Poi arrivarono le notti magiche inseguendo un gol, un piccolo uomo del CEP (quartiere popolare e periferico) fece il miracolo: dimostrare al mondo che Palermo era anche una città fatta di gente onesta e talentuosa che con grinta e determinazione raggiungeva traguardi impensabili. Il sogno dei Mondiali del 1990 durò poco. I padroni della città erano ancora loro, i mafiosi. A nessuno sembrava importare, i mezzi pubblici erano sempre pieni di gente, il consumismo imperava, il solito traffico da incubo, al mercato di Ballarò urlavano come matti, c'era cibo per tutta l'umanità, bisognava mangiare e vivere la vita.
Era una vita in corsa, in una città che correva immobile, tra studenti arrivisti e compratori di budella, la feroce bellezza che non conosce mezzi termini. Ci sono immagini che restano impresse nella memoria: l'imponenza della facciata del teatro Massimo al tramonto, il colore di monte Pellegrino in un giorno di nuvole rosa, una piccola chiesa che risplende come un diamante, col suo rosone trapuntato dalle mani di Dio.
Terra di mezzo (2016)
Nel mezzo
in una terra prostituta
che puzza di bestemmia
Allargo gli orizzonti
verso sentieri inesplorati
linee di demarcazione
Abito in un luogo senza case
dove gli uccelli nudi
nidificano negli imbuti
Tutto ritorna nelle foglie
di un albero santificato
e riemerge dai nostri silenzi
Chi vuol tornare indietro
è solo un pazzo nostalgico
che si chiama migratore.